Cocciopesto e tadelakt
Il bagno qui sopra pubblicato da Ville e Casali (appena posso scannerizzo) è stato fatto con la tecnica del cocciopesto, dai più confusa con quella marocchina del tadelakt.
E sta lì a zero manutenzione dal 1992.
Ho cominciato a studiare la cosa ancora nel 1980 per un problema di pavimenti: ottenere una superficie unica senza inserimento di materiali e posso dire di essere stata la prima persona in Italia che, dopo anni di perdita della tecnica, l’ha rifatto sulle pareti.
Oggi si possono usare i tanti bidoni di composti premiscelati che ci sono in giro, nessuno “naturale”, nessuno veramente respirante ma tutti chi piú chi meno con siliconi ed emulsionanti aggiunti. Non vi dureranno intatti dal 1992 a oggi. Ci metto la firma.
Sono partita leggendo il De Architettura di Vitruvio in una edizione del 1500 che trovai in un castello abbandonato all’inizio di Val Sarentino. Vitruvio parla del “signino”(opus signinum) nome derivato da Signo (Segni), una città vicino a Roma dove pare sia stato inventato.
Il signino è una mescola di calce, sabbia e materiale lapideo che si usava per rivestire le cisterne o le pareti delle vasche in maniera impermeabilizzante.
Si otteneva partendo dalla macina di laterizi: mattoni, coppi, vasi, scarti di ceramiche, ecc. venivano ridotti a polvere e questa, mescolata con calce e una minima parte di sabbia e/o pozzolana, dava origine a un conglomerato il cui uso dipendeva dalla granulometria del macinato: grana grossa per sottofondi, grana minuta per finiture superficiali e pareti.
Vitruvio descrive come inserendo varie tessere di mosaico, frammenti di marmi bianchi o colorati l’impasto poteva essere usato a pavimento. Qui si getta a strati successivi partendo da una granulometria di laterizio con scaglie intorno ai 5 cm di diametro per arrivare fino a scaglie molto minute (3-4 mm). Nella fase finale si usa una grana che è minuta secondo l’ effetto voluto. Via via che la grana si raffina si arriva a una malta spalmabile che si batte e si liscia con frattazzo di ferro per far “uscire” l’acqua e l’aria.
Cennini e Alberti in anni posteriori denominarono questa tecnica cocciopesto. Con questo nome è presente nell’edilizia storica e nell’architettura di varie città italiane quale malta per murature ma soprattutto come intonaco di finitura, particolarmente adatto ad ambienti umidi grazie all’alta capacità traspirante e igrometrica della terracotta e della calce. Ecco perchè via via soprattutto col Palladio si trasforma da rivestimento di cisterne nel prezioso ed elaborato pavimento “alla veneziana” o “terrazzo veneziano” o palladiana. La città in cui infatti ebbe il massimo dell’ applicazione fu Venezia e tutto il suo dominio. Da lì poi fu esportato altrove. Nel pavimento veneziano, detto anche “battuto veneziano” il granulato di laterizio è sostituito dal più prezioso marmo in polvere, scaglie e tessere a definire anche dei disegni.
E dunque dopo il segreto del coccio siamo arrivati alla parola “battuto” che non è a caso e si vedrà perchè.
Invece nelle campagne del dominio veneziano rimane a lungo un’ opera impermeabilizzante per le cisterne e le stalle tal che queste ultime, fonte di grandi umidità, non solo avevano pareti che respiravano ma si potevano rapidamente pulire.( e assunse un nome…ah chisseloricorda? calcecotta?)
Un’ altra caratteristica del cocciopesto, oltre al fatto d’avere una grande durevolezza, resistenza ed elasticità, è quella di fare presa anche in ambienti bagnati (idraulicità) e di essere colorato in pasta.
Gli intonaci di cocciopesto sono infatti di un bellissimo colore rosato dovuto agli inerti di terracotta ed al bianco della calce; da questa base rosa si possono poi ottenere altri colori addizionando degli ossidi (di ferro rosso, giallo o bruno, vede di rame, blu di cobalto, ecc. ) o delle terre colorate.
Come si mette in opera.
Una volta ottenuta la pasta la si stende spalmandola ad alto spessore e battendola sulle pareti con un gesto a pressione. Il concetto è che non deve rimanere traccia d’aria e d’acqua dentro la malta. Siccome in questo lavoro si vedono sia le giunte che le manualità diverse è indispensabile affidarlo ad un’ unica persona la quale, partendo da un angolo o spigolo, continuerà la spalmatura ininterrottamente, senza soste fino al prossimo angolo/spigolo.
Poichè la pressione di certo non basta ad eliminare acqua e aria, al seguito dello spalmatore c’è un secondo operaio, anche questo sempre lo stesso, il quale, dotato di una pietra liscia o legno durissimo (es. radica), batte l’intonaco punto dopo punto. Ed ecco perchè “battuto” veneziano. I veneziani d’antan però per battere il seminato a pavimento usavano un cilindro di legno nel quale scivolava una mazza: essendo il peso sempre ugale non avevano discontinuità di risultato.
Una volta finito il lavoro lo si lascia riposare a lungo e una volta “stagionato” ossia perfettamente asciutto e riposato (fondamentale altrimenti cavilla!) si procede alla “decarbonatazione” ovvero lo si lava.
Una volta riasciugato lo si passa con uno straccio imbevuto di olio o cera. Qui, nel bagno in questione, è stata usata cera carnauba che, se lo scurisce leggermente, ha però un punto di fusione altissimo e dunque non è soggetta a dilavamento.
La difficoltà di questo lavoro è data dalla sua onerosità in termini di denaro e dalla bravura delle maestranze, ragion per cui si capisce benissimo come mai siano entrati in commercio prodotti preconfezionati dal contenuto incerto che garantiscono una finitura più veloce ma sicuramente un aspetto più “plasticoso”. Il risultato estetico si allontana dal coccipesto per avvicinarsi allo stucco ed i materiali rischiano spesso efflorescenze.
Ed ora il tadelakt
È il rivestimento tradizionale degli hammam e dei bagni di Riad e dei palazzi del Marocco e non può essere che una eredità romana. Formato anch’ esso da calce, polvere di marmo e pigmenti è applicato come un intonaco, lisciato con ciottoli di fiume, lucidato con l’agata e impermeabilizzato con sapone nero (contiene olio d’oliva)
Il Tadelakt però resta, rispetto al cocciopesto, un rivestimento meno impermeabile in quanto il sapone è più dilavabile delle cere ed ha il poro meno chiuso in quanto usando il marmo chiede una calce più grossolana per una presa idraulica. Di conseguenza è fragile ai colpi e necessitante di una manutenzione regolare. Ogni piccola crepa deve essere necessariamente riparata altrimenti si infiltra l’acqua nel supporto e lo gonfia ma i ritocchi, come nel cocciopesto, sono sempre visibili.
PITTURE A CALCE
Mi son stufata di spiegare come si fa a dipingere a calce. Siccome è una fesseria ed è più lungo dirlo che farlo, lo scrivo qui così poi dò il link e pace.
Allora.
1. si deve avere un intonaco vergine non dipinto oppure dipinto già a calce. Se il muro/parete ha una “lavabile” o un acrilico o altra robaccia le strade sono due: a) scrostare tutto; b) lasciar perdere, il magro della calce non attacca su un supporto più grasso, farà le bollo o le croste.
2. si va in un “cortile” ossia uno di quei posti dove vendono materiali edili e si chiede un sacco di grassello. Consegneranno un sacco di gomma da 20 kg di liquidume bianco a un costo ridicolo. NON comperare la calce in polvere! o meglio..a meno che non si voglia un effetto rasato/gesso.
3. Tornare a casa. Prendere una tolla di plastica pulita. Va bene anche un bidone del rusco. NON va bene il secchiello da spiaggia del bimbo. (che si è visto anche questo come il metro elastico e il filo a piombo “guasto”).
4. Prendere una calza da donna e stenderla tirata sul bidone. Meglio legarla. Cominciare a versare il grassello nella calza. Ad un certo punto la pasta sarà densa e non colerà più. A quel punto la calza va “spremuta”. Alla fine della spremitura restano nella calza sassolini, sabbietta e impurità e nel bidone uno yogourt. Se non assomiglia allo yogourt metterci acqua fino a consistenza.
5. Prendere una tolla da 1 kg di Vinavil da muro ( che sarebbe quello blu ma tanto va bene anche quello rosso) e aggiungerlo. 1 tolla ogni 10 kg di “yogourt di calce” ma va bene anche mezza tolla, dipende se la base è buona o no.
6. Mescolare bene e se si vuole a questo punto si possono unire gli ossidi coloranti (ossidi in polvere mica altra roba “per tempere” o chissà che). Altrimenti armarsi di pennellessa e cominciare a pittare.
Ci van tre mani prima di arrivare al colore giusto e finchè è bagnato non si sa di che colore sarà.
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Siccome continuo a trovare domande su come si fa, malgrado quanto sopra, provo a spiegare con le foto.
Nella foto sopra e’giá avvenuta la fase 1: acquisto sacco-gommone col grassello. Si vede il sacco vuoto e consunto. Provvedersi di guanti.
E’avvenuta anche la fase 2: tesa una calza sul bidone, rovesciato il grassello sopra la calza, spremuta la calza e tolta. Aggiunta la colla.
Siamo dunque alla fase 3: mescolare la calce e la colla. Si presenta come in foto:una pasta densa e untuosa ricoperta da un filo d’acqua. (tenerla coperta da un filo d’acqua sempre altrimenti secca. Invece con l’acqua sta lí per anni ed é sempre buona, anzi migliora.)
Fase 4: Foto orrenda sotto un telo blu: con una pala o paletta é stata presa dal bidone di prima la calce necessaria ed é stata messa in un contenitore piú piccolo. A lato il sacchetto dell’ossido verde Baldini da 1 kg.
E fase 5: cominciare a colorarla aggiungendo dalla busta di ossido la quantita’ di colore che serve. Mescolare bene altrimenti fa i puntini.
Fase 6: ecco la calce pronta. Notare il colore intenso della calce e, sulla tavola di legno a fianco, come appare il colore asciutto. Tenerne conto!
Se si é moooolto bravi come me
P) si ottiene una porta di un ripostiglio perfettamente identica al colore del muro. (Casa 3)
Qui ho fatto anche la mensola in alto che regge la tenda. Tutto in legno dipinto a calce.
Risposte a domande frequenti.
-No la calce non brucia vivi, è calce spenta anche se non del tutto. Servono guanti o si avranno le mani a grattugia e servono occhiali.
- Sì, la calce si lava via da vetri, pavimenti e superfici lavabili. Molto male o per nulla dai vestiti.
-Trovo delle domande sulla stesura della calce su stoffa: se nella calce c’e’ colla riesce egregiamente. La tela dipinta a calce e ben tesa sembra muro e si lascia affrescare come un muro.
- No il muro non sfarina e purtroppo neanche i vestiti perchè c’è il Vinavil. Lo giuro.
- Sì, si può applicare anche su legno o su blocchetti di cemento nudo. In questo caso meglio tenerla sabbiosetta. Secondo me. Poi è gusto.
-Ossidi. Io uso la Baldini vernici. Se ne trovate altri van bene ma probabilmente saranno cari. Si trovano facilmente nei colorifici che servono ceramisti ma sono cari in quanto molto più puri. Il giallo e il rosso e il marrone colorano molto. Il verde decentemente bene. Il blu ne va un patrimonio. Pensarci bene anche perchè prima di arrivare a un colore degno si rischia un bel viola.

Es. queste sono delle vasche all’ aperto in colore azzurro. Questo azzurro costò un patrimonio.
Altra domanda: se si da’a spruzzo: NO, e’chiaro che intasa gli uggelli.




